COVER REVEALED + ESTRATTO DEL NUOVO LIBRO 'FRAGILE TENSIONE'

 

Non le ho mai dato il permesso di farlo.

Non mi ha mai chiesto l’autorizzazione per impossessarsi con violenza della mia anima. 

E non le ho mai chiesto di infestarmi i sogni, gli incubi… i pensieri.

La sua immagine, la sua voce, i suoi occhi mi hanno distrutto e mi hanno lasciato solo, spolpandomi fino all’osso. L’ho sentita dentro le ossa per anni, sotto la pelle, nelle sere in cui ero sotto la doccia e possedevo un’altra donna, pensando a lei, a come sarebbe stato sentire le sue curve morbide sotto le mie mani.

I miei occhi si posano sui suoi capelli mossi, che ondeggiano mentre sale lentamente le scale. Sembra affaticata e la capisco: il mio appartamento è all’ultimo piano e l’ascensore è guasto. Sospira con affanno e si appoggia al corrimano, chinando il capo e lasciando che il viso venga coperto dai capelli. Mi scappa un sorriso, mentre mi appoggio allo stipite della porta, incrociando le braccia, e osservandola riprendere fiato.

“L’ascensore è guasto”.

Lei alza di scatto la testa, la scuote e sbatte le palpebre sorpresa, anche in imbarazzo. Le labbra si muovono, attirando la mia attenzione. “Ehm, già…” Un altro sospiro, questa volta assomiglia più a un gemito.

Avrei dovuto dirle prima che l’ascensore è guasto, magari l’avrei preparata alla mole di scale da fare. E soprattutto, avrebbe evitato di far schiantare il mio cuore a terra con quel bel visino arrossato. Prendo un profondo respiro, perché sento mancarlo anch’io, ma non è colpa delle scale. Non dovremmo stare nello stesso ambiente, io non dovrei avvicinarmi a lei, starle così vicino a tal punto da sentirmi i polmoni schiacciare nella cassa toracica, ma la vita ha voluto distruggermi e voglio che lei venga a fondo con me.

Arrivata all’ultimo gradino, sono ancora qui ad aspettarla e osservarla senza alcun ritegno. Si aggiusta la salopette nera sulla pancia e agita i capelli per ridargli un ordine, ma anche così non riesce sistemarli. Perde la pazienza e si avvicina, titubante. “Avevo paura di essere in ritardo. A lavoro ho finito tardi e ho avuto dei problemi”.

Corrugo la fronte: ha solo ventidue anni e già lavora. “Entra” ribatto con tono deciso. Le donne trovano sensuale la mia voce, è dura e forte, senza inflessioni. Sono sicuro di me, autoritario e questo le fa impazzire, ma ad Eleonor non sembra piacere, anzi, rimane piuttosto distante e attenta.

Nel suo sguardo leggo l’incertezza e il timore di incontrare le mie iridi burrascose. In fondo, di che colore sono? Occhi chiari, grigi, come le nuvole livide di un giorno di pioggia.

Lei rimane impalata sul pianerottolo.

“Se non vuoi entrare, parleremo qui, sul pianerottolo”.

“No”. Scuote la testa socchiudendo gli occhi, poi distoglie l’attenzione. “Io… entro”.

Quello sguardo così incerto, mentre tenta di evitarmi passandomi accanto, mi fa tremare le gambe, fa galoppare il mio cuore in modo talmente esagerato, che sono costretto ad appoggiarmi allo stipite per non cedere al fascino della sua insicurezza.

La osservo di sottecchi, mentre serra le dita sulla borsa, entrando incerta nell’appartamento.

Mentre posa gli stivaletti sul mio pulito e perfetto parquet chiaro, chiudo la porta, facendola sussultare. Scrolla le spalle, a disagio, mentre le passo accanto e la guardo ancora, e ancora, perché non posso credere che lei sia qui, nella mia tana fredda e grigia. Distoglie l’attenzione ed i suoi occhi si posano su ogni angolo del salone, lo esamina, si stringe nelle spalle; sembra quasi che in questo ambiente così gelido, si senta piccola, fuori luogo, sbagliata. Le sfumature chiare e scure, i toni tristi e spenti di questo salone sono in esatto accordo con la bufera che vive dentro di me e mi agita, mi percuote.

Alla fine emette un flebile sospiro e abbozza un sorriso. Un sorriso leggero, che mi ha fottuto per anni e che mi fotte ancora oggi. Sembra voglia dire qualcosa, ma non riesce a parlare: l’infinito e finito spazio di questa stanza la disarma.

Così, parlo io, mostrandole con un cenno del capo la parete su cui dovrà lavorare: “Questo è il tuo spazio”.

Non c’è spazio per lei in questa stanza.

Lei annuisce, ma è sorpresa, non penso immaginasse una parete così vasta. “È piuttosto grande… non abbiamo parlato dell’iconografia, mio fratello mi ha dato il tuo indirizzo ed alcune indicazioni, ma…”

“Lo so” la interrompo di getto. “Per questo ho chiesto un incontro quanto prima, per mostrarti cosa ho intenzione che tu dipinga”.

Non le piaccio, soprattutto non le piacciono i miei occhi, perché li evita di continuo; posso immaginare le sembrino ostili. Probabilmente vuole troppo bene al fratello, per questo ha accettato di fare questo dipinto per me. Due giorni fa, l’ho rivista alla festa di fidanzamento di suo fratello, quasi non la riconoscevo, è diventata una donna irresistibile, il suo fascino ispanico mi attira e sconvolge allo stesso tempo, mi fa desiderare di distruggerla e proteggerla allo stesso modo, di scoparmela con irruenza e farci l’amore con dolcezza.

Lei non mi ha riconosciuto. È stata in un college a Sydney negli ultimi quattro anni. Ovvio, certo non mi aspettavo avrebbe detto di ricordarsi di me, ma il nostro incontro mi ha turbato, scuotendomi nel profondo a tal punto, da prendere una decisione. Non le ho parlato molto, ci siamo solo presentati, siamo stati distanti tutto il tempo, ma i nostri occhi non smettevano di incrociarsi, di inseguirsi e tormentarsi. Alla fine sono andato via prima, perché non ce la facevo più, non sopportavo di averla accanto e sentirmi quasi ignorato.

“Eleonor”.

È davvero il suo nome? Non sembra. Detto da me, assume un suono diverso, non sembra così dolce come, invece, lei è.

Si volta di scatto. “Vogliamo decidere?”

“So già cosa voglio” rispondo deciso. “È una tela che hai già prodotto”.

Quelle sopracciglia color marrone chiaro si inarcano e si morde il labbro inferiore. “Davvero, cioè?” È sorpresa.

Infilo una mano nella giacca da pilota e tiro fuori un foglietto piegato, che le porgo allungando semplicemente un braccio. Lei lo prende inquieta, magari il pensiero che io abbia una foto di un suo quadro, la turba: mi sono informato, ho visto due sue esposizioni a una fiera per pittori emergenti e adoro i suoi dipinti. Vi è una potenza, una distruzione, che coincide con il mio stato d’animo perenne. C’è forza, rabbia, malinconia, i colori sono in perfetta sintonia con ciò che ho provato in questi ultimi quattro lunghi anni.


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DANTE
Spietato. Freddo. Bestiale.
Mi chiamo Dante Morelli, ma tutti mi conoscono come il Boia.
Sono un animale, la bestia dentro di me graffia la mia anima, impaziente di sfogarsi sui miei nemici e sui traditori.
Io sono l’uomo che non vorresti mai incontrare, l’uomo di cui non vorresti mai innamorarti.
Sono giovane, sveglio, so giocare bene le mie carte.
La Mafia italo-americana mi appartiene, io la comando.
E poi c’è lei, Angelica.
Ho accettato di diventare suo marito per seguire il codice d’onore, ma non mi serve una moglie, solo una donna che soddisfi i miei desideri carnali.
Ma Angelica… Angelica è mia.
E distruggerò chiunque oserà anche solo sfiorarla. 

ANGELICA
Determinata. Bella. Indipendente.
Mi chiamo Angelica La Rosa, ma tutti ora mi chiamano signora Morelli.
C’è una taglia sulla mia testa, gli avvolti sono pronti a divorarmi… e sono stata costretta a sposare l’uomo più temuto, rispettato e potente della Mafia italo-americanaper avere protezione.
 Non ho alcuna intenzione di lasciarmi rovinare da Dante, dai suoi occhi scuri, dai suoi modi bruschi e irrispettosi,che confermano il suo nome.
 Il Boia… sono la moglie del Boia, il figlio prediletto del diavolo.
Ma ogni giorno di più mi è impossibile rimanere cieca al suo fascino, al suo modo di proteggermi.
Lui ha la mia vita in mano, la mia mente… il mio corpo.
Sono spacciata.

*****Consiglio una lettura consapevole, poiché il libro contiene uno stile di vita tipicamente criminale, non consono a normali comportamenti del vivere civile quotidiano. Inoltre vi sono descritte scene di sesso esplicito.*****

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